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martedì 9 luglio 2013

Elio Pagliarani History


Incominciai La ragazza Carla a Milano fra settembre e ottobre del '54, erano da poco iniziate le scuole, non ricordo se ero ancora nel vecchio "Istituto Leonida", una scuola media privata in viale Umbria dove avevo cominciato a insegnare nel '51, o se era un'altra nuova in via Commenda, di cui ora non ricordo il nome.

Ricordo che iniziai a scrivere, a mano, durante un compito in classe di italiano che avevo assegnato alla scolaresca, di terza media, mi pare. E l'inizio del poemetto è rimasto proprio quell'inizio: "Di là dal ponte della ferrovia una trasversa di viale Ripamonti / c'è la casa di Carla..."; e mi ricordo anche che un'allieva impicciona, con la scusa di chiedermi qualcosa sul suo tema, venne a sbirciare cosa stavo scrivendo: per lei non era né una lettera d'amore, né una poesia - come forse sospettava. E deve essere rimasta delusa, suppongo.

Avevo già in mente buona parte della trama. Dall'uscita delle Cronache, nella tarda primavera dello stesso anno, ma probabilmente anche da un anno prima, mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia e m'era diventata pesante nello scrivere la "tirannia dell'io" ; lo avevo già avvertito nel risvolto delle Cronache, scritto da me anche se anonimo, dove dichiaravo quella poesia "gravata dalla troppa, ineluttabile carità di sé e conseguente bagaglio". Quindi per lottare contro "l'ineluttabile" avevo deciso di comporre un poemetto narrativo, con la sua brava terza persona, che si occupasse di vicende contemporanee che non mi riguardassero troppo direttamente.

Teorizzai poi tutta la faccenda nel saggetto Ragione e funzione dei generi, uscito nel numero 9 di "Ragionamenti", nella primavera del 1957.

La premessa era quella della necessità dell'ampliamento del linguaggio poetico, anzi direi più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica; quindi lotta frontale al pregiudizio della "parola poetica".

Cito dal saggetto: "Solo che arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può voler dire anche arrecare turbamento e confusione. Nessun vocabolo ha illimitate capacità di adattamento (e quante più ne ha tanto più ne è avvilito); ogni vocabolo ha i suoi precisi problemi di sintassi, si muove in una sua area sintattica. [...] I problemi di sintassi investono per definizione tutto il periodo, imprimendo una diversa tensione durata ritmo al discorso. Ma questa designazione di tonalità [...] appartiene ai generi. La reinvenzione dei generi letterari cui ora si assiste non è dunque che la necessaria conseguenza dell'ampliamento del linguaggio poetico". (Poi, aggiungevo, bisognerà tener conto dell'apporto dovuto al genere in quanto tale che, se usato con consapevolezza, significherà "reinvenzione non mera riadozione dei generi".)

Terminavo chiedendomi: "il genere deriva dall'arricchimento del vocabolario, ma la volontà-necessità dell'arricchimento sociologicamente che significa: libertà, anarchia, coralità, partecipazione più ampia o premere di nuove classi?". E concludevo: "forse è prematuro rispondere ora, forse no; in ogni caso nel confronto della produzione poetica fra le due guerre e l'attuale, appare chiaro come oggi i poeti tendano a trasferire nel linguaggio poetico le contraddizioni presenti nel linguaggio di classe, mentre la poesia pre-1945 sembrava ignorarle. Strumento di questa operazione è il genre "poemetto", il Kind poesia didascalica e narrativa - come ilgenre "capitolo" è stato, a suo tempo, lo strumento dell'operazione inversa, cioè di depauperamento e rarefazione della prosa stessa".

La vicenda del poemetto, cioè la moderna educazione sentimentale, cioè come si impara o non si impara a crescere, ce l'avevo già tutta o quasi: avevo scritto nel '47-'48, cioè proprio nel tempo del racconto della Ragazza Carla, quando ero impiegato come traduttore dall'inglese e dattilografo in una Società milanese di import-export, una cartella e mezzo per un'eventuale soggetto cinematografico da proporre, possibilmente, alla coppia De Sica-Zavattini. Un'idea velleitaria di un ventenne.

Il soggetto non venne recapitato a nessuno e me lo ritrovai per caso in una qualche cartella, alcuni anni dopo, quando già pensavo alla necessità di ridurre nei miei componimenti l'invadenza del mio io.

E così, quando parve che decidessimo di pubblicare il poemetto con Gianni Bosio per le Edizioni del Gallo, alla fine degli anni Cinquanta, m'ero ripromesso di scrivere una prefazione inserendovi il vecchio schema del soggetto cinematografico, dicendo che la vicenda avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo breve o racconto, in un film o in un poemetto; e avrei voluto dilungarmi sui diversi pedali da manovrare nei tre diversi casi; nel caso del poemetto io ho usato soprattutto il pedale del ritmo, tant'è che spesso mi è capitato di dire che l'intento e la conseguente materia della Ragazza Carla consistono nel ritmo di una città mitteleuropea nell'immediato dopoguerra.

Il poemetto lo terminai il giorno di Ferragosto del 1957. Potrei dire di averlo scritto en plein air perchè man mano che lo scrivevo me lo recitavo ad alta voce, misurando il verso "secondo l'orecchio", e più ancora perché ne leggevo via via dei brani ad alcuni amici, sempre ad alta voce, anche per strada o meglio nei parchi, più spesso in trattoria, anche in vere e proprie osterie, ne ricordo una in viale Umbria, vicino al Leonida, che non ci dev'essere più da molto tempo, e ricordo particolarmente quella dietro la Rinascente di piazza Duomo, vicino alla Hoepli, detta mi pare il Bottegone, dove c'era l'abitudine di suonare e/o cantare dopo i pasti e forse fui io ad aggiungervi quella di recitare versi.

Ma il ritrovo dove ci si vedeva più spesso era la trattoria di Poldo, in via Borgospesso, dove costituivamo un gruppetto abbastanza fisso e piuttosto affiatato: c'era e c'è il mio Virgilio, Luciano Amodio, guida assatanata e indistruttibile, non solo di me medesimo (per lui conobbi i Solmi, Vittorini, Fortini, Basso, Chiara Robertazzi, le tre sorelle Bortolotti, Giancarlo Majorino, Michele Ranchetti, Ettore Capriolo, Sergio Caprioglio ce se n'è andato appena un mese fa, Antonino Tullier fra Dada e surrealismo, scomparso già da molto tempo) ma di tutta la giovanissima intellighenzia milanese in quegli anni, almeno così a me pareva allora e ne sono convinto ancora, e c'era Elvio Fachinelli, che non c'è più da troppo tempo, Gianni Bosio, passione e sensibilità tutt'altro che ostentate ma sicuramente smisurate, anche lui ci manca da troppo tempo, e meno male che posso ricordare anche altri ben vivi, come Livio Zanetti, Giampiero Dell'Acqua, Tonino Pitta.

Concluso il poemetto avevo il problema di pubblicarlo, e pubblicarlo in luoghi culturalmente significativi, ma il fatto è che mentre non avevo nessun pudore o timore di leggere ad alta voce il testo agli amici personali, o ad invitati degli amici, o anche a sconosciuti che si trovassero in zona, non sopportavo l'idea di sottoporre il poemetto a giudizi ufficiali o ufficiosi; decisi che avrei accettato di sottopormi solo al giudizio di Pasolini e soltanto a lui inviai il dattiloscritto (anzi, mi pare che glielo portai a Roma di persona): Pasolini lo conobbi personalmente la prima volta nella primavera del '58 in casa di Roversi, e c'era anche Leonetti, cioè tutto lo staff di "Officina", dove mi avevano invitato a discutere con loro della rivista in una specie di redazione aperta.

A Pasolini il poemetto interessò e piacque, come mi scrisse; in un altro incontro mi disse che l'avrebbe pubbicato nella seconda serie di "Officina" che stava rinascendo in quel periodo con l'editore Bompiani; poi com'è noto Bompiani decise di non proseguire con "Officina", probabilmente a causa delle reazioni suscitate dall'epigramma di Pasolini contro il Sommo Pontefice Pio XII.

Intanto passava il tempo e io rimanevo, ma senza angoscia, abbastanza tranquillamente, con il mio dattiloscritto inedito nel suo insieme; ne pubblicai però due brani, uno piuttosto ampio sul numero 14, aprile-giugno '59, di "Nuova Corrente" col titolo La Ragazza Carlanella fascetta di sovracopertina e Progetti per la Ragazza Carla nel testo, comprendente due brani assai significativi, mi pare: I (9) e III (5) che sono appunto nella stesura definitiva, e corrispondono anche nelle collocazioni a quanto pubblicato sul "Menabò 2" di Einaudi, e nelle successive edizioni Mondadori. Sul "Verri" di Anceschi apparve un altro brano, quello tutto maiuscoletto che comincia "FONDAMENTO DEL DIRITTO DELLE GENTI..." (mi sono dilungato su questi particolari, anche futili, perché in qualche sede, anche di notevole prestigio, si è creduto opportuno far notare che il mio poemetto di Milano risulterebbe posteriore a un altro poemetto su Milano pubblicato nel '59. Ma, in ogni caso, e basi dei miei interessi e del mio linguaggio, le avevo già definite abbastanza compiutamente in Cronache e altre poesie pubblicate da Schwarz nel giugno del '54).

Poi, per grande fortuna, nell'autunno del '59 Vittorini mandò Crovi a chiedermi di fargli avere il testo del poemetto (ormai sapevamo in parecchi che andavo leggendolo in giro) per il "Menabò"; Crovi glielo presentò accompagnato da una sua relazione favorevole, Vittorini lo lesse e poi decise con entusiasmo di pubblicarlo subito sul secondo numero del "Menabò", febbraio del '60. "Con entusiasmo" lo dico forse arbitrariamente, ma penso appunto all'immediatezza della pubblicazione, ed è un fatto che da allora Vittorini mi dimostrò sempre molta amicizia e interesse specifico per il mio lavoro, mi rimproverò più di una volta la mia pigrizia nel "darmi da fare", mi fece vincere nel '61 o nel '62 la Borsa Cino del Duca, di un milione di lire per progetti di lavoro, lavori in corso di opere anche appena iniziate: e io vi partecipai col progetto della Ballata di Rudi.

Ecco: mi ero dimenticato che anche la Ballata di Rudi posso in un certo senso collegarla a Vittorini. L'ho scritta tutta a Roma, nel periodo dalla primavera del '61 all'inverno '94-'95. Nel corso di questo intervallo di oltre trent'anni ne ho pubblicati diversi brani: un ampio brano uscì nel numero 18 (il penultimo) di "Quindici", nel luglio '69; ne ricordo altri su "Nuova Corrente" nel numero 51 del '70 e nel numero 7 di "Periodo ipotetico", ancora a luglio ma del '73, il quale ultimo contiene già per intero col titolo Doppio trittico di Nandi tutte le sue parti (a, b, c e a1, b1, c1) che furono poi ristampate in integrali e con altre varianti ritmiche nel volumetto della Cooperativa Scrittori intitolato Rosso Corpo Lingua Oro Pope-Papa Scienza nel gennaio '77; la più ampia raccolta di brani del poemetto, prima dell'edizione completa di Marsilio nel maggio '95, apparve nella raccolta intitolata Poesie da recita, a cura e con intensa, acuta prefazione di Alessandra Briganti, Bulzoni editore, 1985.

Mi pare che non ci sia altro da dire; ma voglio segnalare una brve recensione di Stefano Crespi apparsa sul "Sole 24 ore" del 25 giugno '95 perché in essa facendo un confronto tra questi miei due poemetti (o racconti-romanzi in versi) si anticipa per così dire la prima recensione a questa prima edizione Mondadori che mette insieme i due testi; le recensione lascia trasparire una preferenza sentimentale, vorrei dire, per La Ragazza Carla con "la figura della contraddizione tra tenerezza e ironia", mentre nella Ballata di Rudi "la tenerezza ironica si muta nel grottesco, nel non senso. Alla periferia della Ragazza Carla si sostituisce la periferia del dopo-storia, la perdita dei nomi, dei volti...".

Perciò, conclude Crespi, tutto sommato La Ballata di Rudi "ha un sapore difficile, un pò agro, ma rivela un'acuta sintomaticità dell'oggi, una moralità, l'estrema consequenzialità di questo autore (perfino nello stesso riscontro della sua figura umana, tra il distacco e un'amara concentrazione). Nella radicalità di un'espressione poetica, senza illusioni, ne esce una gamma di personaggi tra il disagio, e il divertimento, la follia, la terrificante ovvietà come di una spiaggia dove non ci sono colori' ".

E certo, al tempo della Ragazza Carla non solo l'autore coltivava "svariate idee d'amore e di ingiustizia", ma anche tutto il nostro Paese: non così certamente negli anni della conclusione della Ballata, e anche prima, anche molto prima.

maggio 1997

venerdì 28 settembre 2012

LECON. Come vivere insieme.

La chanson de Roland (Barthes)
"Chi non muore si rivede / se stesso nello specchio di mattina presto / o al ritorno, nello stagno. / Fa strada su di sè senza pensieri di rilievo / .."
  • Ilaria Francesca Fiorillo J aime beaucoup!!!! ça me donne à penser...See Translation
  • Orazio Converso In un articolo apparso a suo tempo su “Le Monde”, il critico francese rileva infatti come “ostinato” sia stato, da parte di Pasolini, prendere alla lettera talune descrizioni di Sade, rendendole in scene dalla bellezza triste e gelida, come certe tavole di enciclopedia. Impossibile trasferire quella “presa alla lettera” in altre rappresentazioni. Il fascismo, qui, era stato preso seriamente, con tutta la disarmante ingenuità di cui Pasolini era capace. 

    [ovvero come dare del coglione a pasolini non in modo rozzo come faccio io, per esempio]
  • Orazio Converso Elio vide PPP di ritorno dall'India. Er Paso lo tira in un angolo e gli dice del suo shock di fronte a tanto dramma, e si dilunga. Elio, mitico, lo prende a brutto muso (ah che meraviglia il "cattivo carattere"), e dopo aver pazientato un pò, per sincerarsi se si metterà anche a lacrimare, "stai scherzandoo??" - a voi immaginare la faccia del reduce!?
    Elio commenta, ancora non se ne dà una ragione, l'infantilismo egocentrico del soggetto. Per me indimenticabile, una lecon.

sabato 1 settembre 2012

[scuola pagliarani] two things

POESIA
voce suono parola fiato
[un verso dovrebbe esser lungo quanto dura,
in genere, una singola emissione di fiato]
ARTE
l'artista il mondo
[C’è molto Pound in Elio Pagliarani, che non è stato zitto
né si è mai fatto gli affari propri (fin dai tempi di Inventario privato)]

[scuola pagliarani] Quattro o cinque schiaffi

Fuori il vento piglia a schiaffi
quattro o cinque abeti squallidi:
gli orsi bianchi sono pallidi
pel gran freddo, e si dan graffi   
10
l’un con l’altro per distrarsi...

sabato 9 giugno 2012

Chi ha conosciuto Elio Pagliarani

 | Domenico Donatone |
"..nel suo pezzo riferisce di una “esacerbata moralità”, di uno “stoicismo brutale”, di una “passione pedagogica”, di “un’attitudine teatrale”: tutte cose della persona-Elio Pagliarani, non della sua poesia che resiste comunque anche se egli fosse stato un uomo timido o estroverso. Allora giova conoscere il poeta? Giova conoscere l’oggetto-persona della tua critica? No! Giova nella misura in cui decidi di stare dentro la poetica oppure di curiosare, di indagare, (come fece Antonio Ranieri con Leopardi); nei casi estremi è utile a farti chiarire quello che il poeta ha scritto.
Chi ha conosciuto Elio Pagliarani potrà in questi giorni scrivere i suoi “coccodrilli”, esprimere i propri ricordi, io, invece.."

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento.

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

venerdì 1 giugno 2012

sabato 26 maggio 2012

Andrea Cortellessa Vs Elio Pagliarani

L’amicizia e l’insegnamento sono stati due punti di forza di Elio. E si assomigliano: in entrambi i casi è in gioco la trasmissione di un esempio, la condivisione di qualcosa che si considera importante. Elio è stato un grande amico, per quelli della sua generazione, e l’amicizia ha saputo celebrare come pochi (nelle dediche dei suoi versi, nelle umorose pagine del Pro-memoria a Liarosa sulle mitiche trattorie di Milano e Roma, Poldo e Cesaretto); ed è stato un grande pedagogo, per quelli più giovani di lui. Il suo è stato un insegnamento intransigente e generosissimo. Dal 1977 al 1988 i suoi Laboratori di Poesia sono stati fra le non molte cose vive della città dove aveva scelto di vivere: di lì sono transitati tutti gli autori maggiori delle generazioni seguenti  – ciascuno dei quali se n’è poi andato per una strada diversa, tutti mantenendo viva però quella lezione. Una lezione che s’è poi riverberata sui più giovani ancora, più o meno a distanza. E che per gli scrittori di oggi, in versi e in prosa, resta una delle poche spendibili. Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, resta l’eco d’una voce che non era solo un prodigioso, terribile strumento musicale. Ma soprattutto la sferza di un carattere che «non concede smarrimenti» ( Andrea Cortellessa da alfabeta2).
 Elio Pagliarani in studio per LdiP videodisco di poesia
a cura di Videor [Roma 17 dicembre 1989 La Ca.B.]

domenica 20 maggio 2012

La passeggiata



– Andiamo?
– Andiamo pure.


All’arte del ricamo,
fabbrica di passamanterie,
ordinazioni, forniture.
Sorelle Purtarè
Alla città di Parigi.
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
Avviso importante alle signore!
La beltà del viso,
seno d’avorio,
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole,
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia aspetta.
La pasticca del Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
93
Lotteria del milione.
Antica trattoria « La pace »,
con giardino,
fiaschetteria,
mescita di vino.
Loffredo e Rondinella
primaria casa di stoffe,
panni, lana e flanella.
Oggetti d’arte,
quadri, antichità,
26
26A.
Corso Napoleone Bonaparte.
Cartoleria del progresso.
Si cercano abili lavoranti sarte.
Anemia!
Fallimento!
Grande liquidazione!
Ribassi del 90%
libero ingresso.
Hotel Risorgimento
e d’Ungheria.
Lastrucci e Garfagnoni,
impianti moderni di riscaldamento:
caloriferi, termosifoni.
Via Fratelli Bandiera
già via del Crocifisso.
Saldo
fine stagione,
prezzo fisso.
Occasione! Occasione!
Diodato Postiglione
scatole per tutti gli usi di cartone.
Inaudita crudeltà!
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
via della Carità.
2. 17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor,
il ventre di Berlino,
viaggio nel Giappone,
l’onomastico di Stefanino.
Attrazione! Attrazione!
Cerotto Manganello,
infallibile contro i reumatismi,
l’ultima scoperta della scienza!
L’addolorata al Fiumicello,
associazione di beneficenza.
Luigi Cacace
deposito di lampadine.
Legna, carbone e brace,
segatura,
grandi e piccole fascine,
fascinotti,
forme, pine.
Professor Nicola Frescura:
state all’erta giovinotti!
Camicie su misura.
Fratelli Buffi,
lubrificanti per macchine e stantuffi.
Il mondo in miniatura.
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
Elettricità e cancelleria.
L’amor patrio
antico caffè.
Affitasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
Adamo Sensi
studio d’avvocato,
dottoressa in medicina
primo piano.
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
Utensili per cucina,
Ferrarecce.
Mesticatore.
Teatro Comunale
Manon di Massenet,
gran serata in onore
di Michelina Proches.
Politeama Manzoni
il teatro dei cani,
ultima matinée.
Si fanno riparazioni in caloches.
Cordonnier
Deposito di legnami.
Teatro Goldoni
i figli di nessuno,
serata popolare.
Tutti dai fratelli Bocconi!
Non ve la lasciate scappare!
29
31
Bar la stella polare.
Assunta Chiodaroli
levatrice,
Parisina Sudori
rammendatrice.
L’arte di non far figlioli.
Gabriele Pagnotta
strumenti musicali.
Narciso Gonfalone
tessuti di seta e di cotone.
Ulderigo Bizzarro
fabbricante di confetti per nozze.
Giacinto Pupi,
tinozze e semicupi.
Pasquale Bottega fu Pietro
calzature...


– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.

—

Aldo Palazzeschi (1885-1974)

martedì 1 maggio 2012

la casa di Carla


Siamo in troppi a farmi schifo.
di Aldo Nove
‎”Non so se avete capito:
Siamo in troppi a farmi schifo”
(da “Epigrammi”, Elio Pagliarani)


Egli Pagliarani prende la sintassi per le corna e le insegna a dire molto di più di quello che normalmente… Ed è (anche) per questo poeta.

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Alla c.a. Professor Elio PAGLIARANI c/o Sua Sede Attuale

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Ma a tornare in mente, nel turbinio dei ricordi, è il famoso inizio di Pagliarani: “Di là dal ponte della ferrovia / una traversa di viale Ripamonti / c’è la casa di Carla, e di sua madre, e di Angelo e Nerina. // Il ponte sta lì buono e sotto passano / treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli / e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina / i camion della frutta di Romagna”. Così si avvia il poemetto dedicato alla Ragazza Carla.
Pagliarani ha vissuto con pienezza il sentimento della contemporaneità: stare accanto a coloro con cui è capitato di vivere, come dice un altro noto passaggio della Ragazza, del “cielo contemporaneo” sotto cui si agitano, senza quietarsi, i miti grandi e piccoli del secolo andato, presi come da giornali strappati alla bufera; e poi: “È nostro questo cielo d’acciaio che non finge / Eden e non concede smarrimenti / è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra, / proprio perché sulla terra non c’è / scampo da noi nella vita”.




C’è un punto, nella Ragazza, in cui, avendo bevuto un Campari, a Carla gira la testa; e sale in tram: “Fortuna che i tram / fortuna che nei tram di mezzogiorno / la gente ti preme ti urta ti tocca / magari ti blocca col gomito / ma non ti lascia cadere”. Uno dei più bei passaggi poetici dedicato all’Italia impiegatizia e operaia, all’Italia laboriosa, mezza rurale e mezza industriale, e ai suoi miti presto infranti.

[LA PAROLA ATTIVA 2 - I travestimenti de La ragazza Carla di L. Paci, analisi che intreccia il discorso sulla poesia civile con la neoavanguardia italiana degli anni Sessanta. Elio Pagliarani è una delle figure che infatti ha cercato di lavorare sui due contesti FAREPOESIA - Rivista/Fanzine di poesia e arte sociale N. 4 Febbraio 2011].

martedì 27 dicembre 2011

Al bar di Arcavacata (il mattino dopo)


Ieri, mercoledì 4 maggio alle 17, nell'Aula Dioniso, Elio Pagliarani ha tenuto una lezione magistrale dal titolo "La sperimentazione artistica nel 900". Subito dopo un laboratorio di poesia. (..) Dieci numeri di una videorivista che - altro che Baricco e scuola Holden - mostra quanto la poesia sia ritmica, metrica, vocale, lettura, interpretazione, performance. L'avete mai visto Pagliarani leggere, non importa se un componimento suo o di qualche amico poeta, chessò un Antonio Delfini: "Ho fatto uccidere la giovane moglie / del procuratore del re: / mi assolverete con molte grazie". Si agita, interpreta col suo vocione impastato, dimena le mani come se fosse un direttore d'orchestra, impareggiabile nello scorgere il di più di voci, la polifonia di un testo e nel restituirle tutte al pubblico, stupefatto dei cosiddetti readings. Pagliarani porta il tempo, che altro non è che la stoffa della significazione.
Il maestro di metrica è il maestro di lettura. Leggere infatti non significa percepire ma comprendere e per comprendere mentre si legge, deve esserci un io ad enunciare ciò che si legge. "Legere" è sempre "légein", raccogliere un dire. Si filosofeggia spesso che "l'uomo è misura (metron) , di tutte le cose" dando la stura all'equivoco umanistico e all'antropocentrismo, ma possiamo star  certi che ai tempi di Protagora i greci difficilmente avrebbero pensato a un'asticciuola di legno come metron piuttosto che al metron poetico. Semmai l'uomo è il metro del poema delle cose.
Quelli di Pagliarani sono racconti in versi, giocati - come ha scritto Stefano Giovanardi - sulla "contrapposizione irriducibile e drammatica fra il 'mondo piccolo' dell'ndividuo e il ' mondo grande' della storia, tra l'istanza ideologica, istintuale, culturale del singolo e i soverchianti meccanismi dell'economia, delle istituzioni politiche e religiose, della scienza nella società industriale avanzata".
Questo c'insegna Pagliarani. Ma lo fa con una grazia e con un umorismo infiniti: " sappia il lettore di questa commovente poesia / in fondo al prato c'è la ferrovia  (..) / se ci sono vacche che fanno occhietto alle locomotive /anime sensitive "..
[giovedì 5 maggio 2005 Arcavacata di Rende (Cosenza), da Il ragazzo Carlo di Massimo Celani] All'università Elio Pagliarani legge Antonio Delfini, Arcavacata 2005: "Invece è proprio quest'ultima che Delfini aggredisce inventando i suoi toni più grandiosi nell'invettiva, nella farsa del nonsense, nel grand-guignol (vedi la poesia «O Goro» tra le escluse, che è anche un truce allucinato racconto), nel turpiloquio, nella derisoria ricorrente minaccia di guerra agli ignobili e di vendetta contro gli «assassini».
Il poeta lotta contro le parole e contro gli assassini degli uomini e delle parole. Oscilla tra la disperazione furente e l'esaltazione: «È inutile distruggere gli anni, / inutile la Gran Situazione: / Non c'è più salvezza -- più niente. / Rivoluzione, parola trombone» (scrive nel novembre 1958). -«Oggi sono il capo di una grande rivolta. / Mi ascoltan gli uccelli nel cielo / mi ascoltano i cani stavolta!» (conclude la poesia «Torna la liberta» dell'agosto 1959). A rendere abitabile il mondo che sta finendo penseranno gli squadroni dei fedeli d'Amore, guidati da «una Bambina con una rosa in mano», figlia di Guido Cavalcanti! Gli ignobili imperversano e le parole del poeta sono la realtà: Mercanti, banchieri, avvocati, ingegneri, cocchieri, / non siete che polvere di rotti bicchieri, / di cui faremo carta vetrata per sfregiare la faccia / dei nostri irricordabili ricordi di ieri. (Alfredo Giuliani)"

lunedì 11 aprile 2011

Videor, i contesti

Il volto dell'essere - Risultati da Google Libri - Vincenzo Rimedio - 2005 - History - 148 pagine
Aggiungerei l'incontro con il testo poetico di Edmond Jabès (per il ... Videor (la video rivista di poesia diretta da Elio Pagliarani e Orazio Converso). ...
books.google.com/books?isbn=8849813473...