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martedì 19 maggio 2015

Amici di Elio Pagliarani

Cari amici,
vi segnalo che quest'anno si svolgerà la Prima Edizione del Premio Nazionale Elio Pagliarani  che sarà dedicata alle raccolte di poesia edita ed inedita. Il termine di presentazione delle domande è il 15 giugno p.v. e le modalità sono tutte descritte nel sito del Premio www.premionazionaleeliopagliarani.it dove possono essere scaricati Bando e Regolamento.
La cerimonia di premiazione avverrà il Roma, al teatro Argentina , il 26 ottobre p.v.
Vi prego di fare circolare la notizia in modo da favorire la più ampia partecipazione dei poeti.
Grazie,
Il Presidente,  Maria Concetta Petrollo Pagliarani

venerdì 28 novembre 2014

Pagliarani a Teatro

  _ Pagliarani amava il teatro e per molti anni fu critico teatrale per “Paese Sera”. Aveva un senso spiccato del ritmo e della musicalità del verso, sapeva come si muove la parola sulla scena. Quando leggeva in pubblico le sue poesie ne assecondava il procedere col corpo, teneva il tempo col piede, scandiva l’andamento dei versi con ampi gesti della mano. Non era una posa: l’azione è un elemento imprescindibile delle sue poesie. Leggere silenziosamente certi suoi componimenti è uno sforzo vano, la voce spinge per uscire, per portare fuori dalla pagina le parole di Carla, Praték, Nandi. Pagliarani era capace di costruire dei veri e propri «personaggi linguistici», come li definisce Fausto Curi, animati da una lingua che agisce in loro dialetticamente e ne determina i gesti, rendendo vera azione l’azione linguistica e i personaggi drammatizzazione teatrale.[Maria Lo Conti]

venerdì 7 novembre 2014

girodivite sul linguaggio

editor 

to agoradigitale
4:23 PM (1 minute ago)

Ma li miracoli terminano a cosa fatta come è illuminare un cieco, che termina alla luce o resuscitare un mortoche termina alla vita.  
Elio PagliaraniEpigrammi ferraresi, Manni editore

Operazione difficile, salvo che in poesia, anche con Agorà Digitale, no?
Elio Pagliarani nacque a Viserba [Forlì ] nel 1927. Presente nell'antologia dei "Nuovissimi", fece parte del Gruppo 63. Alle prime raccolte degli anni '50 rimandano: Cronache e altre poesie (1954), e Inventario privato (1959). Qui Pagliarani propose un originale sperimentalismo attraverso il recupero di una narratività realistica e di una epicità brechtiana. Nei volumi degli anni '60 si mostrò più vicino alle prove radicali della neoavanguardia: La ragazza Carla (1962), Lezione di fisica (1964), Lezione di fisica e fecaloro (1968). Pagliarani operò qui sul linguaggio ma anche sui significati, attraverso collages, combinazioni, montaggi di forme linguistiche stereotipate. In anni successivi, con Rosso corpo lingua oro popepapa scienza. Doppio trittico di Nandi (1977), ha accentuato una ricerca sulla dimensione ritmica del testo, privilegiandone le strutture seriali e iterative. Epigrammi ferraresi del 1988 e La ballata di Rudi del 1995, vincitrice del premio Viareggio per la poesia. Pagliarani ha scritto anche testi teatrali, come Pelle d'asino (1964) insieme a Alfredo Giuliani. Antologie come "I maestri del racconto italiano" (1964) con Walter Pedullà, e "Manuale di poesia sperimentale" (1966) insieme a G. Guglielmi. Ha raccolto le sue cronache teatrali nel volume "Il fiato dello spettatore" (1972).
girodivite

sabato 13 settembre 2014

Rudi spiega

Rudi spiegava le cose con la scopa si trattava più che altro di togliersi una scarpa il giorno dopo in libertà con immaginazione impaginata G.V.G. era libera in un mito in un autobus rosso, bello spazioso Beppe Marchionni raccontava che pappataci e zanzare gli avevano pascolato il sedere amando nei campi una svizzera la furia entropica, le zanzare, l’ultimo caldo questo dietro della cosa ubriaco come un nunc il padre andava in giro a sputare la cicca questa responsabilità ritrovata ogni giorno a Peppino gli costava l’uccello più di mille lire al giorno (..)

La Stimmung è stata compilata con Rudi spiega, tratto da “Dalla Ballata di Rudi”, a pagina 60 e 61 di “Periodo Ipotetico” n.7, luglio 1973, e con alcuni miei versi del luglio 1973, tratti da “La 22^ Rivoluzione Solare”(Milano 1974) http://gaudiaduepuntozero.blogspot.it/2012/03/la-stimmung-con-elio-pagliarani-rudi.html

giovedì 25 luglio 2013

LdiP. NOMI, BISOGNA SOLO CAMBIARLI


Senso

Le disavventure del montaggio e il lumaconi.

Tutti quelli che accedono a Videor (ed attingono alla videorivista senza citare la fonte, tanto per non sbagliarsi..) per i loro temini d'autore sono ben determinati a correggerne la strategia che rifiuta proprio di dare un senso unico a quel che riguarda tutti i sensi - e magari un sesto senso, naturalmente.

LdiP, ACCENNANDO ALLA BELLEZZA DI FIGURE


martedì 9 luglio 2013

Rai/Pagliarani


Elio Pagliarani History


Incominciai La ragazza Carla a Milano fra settembre e ottobre del '54, erano da poco iniziate le scuole, non ricordo se ero ancora nel vecchio "Istituto Leonida", una scuola media privata in viale Umbria dove avevo cominciato a insegnare nel '51, o se era un'altra nuova in via Commenda, di cui ora non ricordo il nome.

Ricordo che iniziai a scrivere, a mano, durante un compito in classe di italiano che avevo assegnato alla scolaresca, di terza media, mi pare. E l'inizio del poemetto è rimasto proprio quell'inizio: "Di là dal ponte della ferrovia una trasversa di viale Ripamonti / c'è la casa di Carla..."; e mi ricordo anche che un'allieva impicciona, con la scusa di chiedermi qualcosa sul suo tema, venne a sbirciare cosa stavo scrivendo: per lei non era né una lettera d'amore, né una poesia - come forse sospettava. E deve essere rimasta delusa, suppongo.

Avevo già in mente buona parte della trama. Dall'uscita delle Cronache, nella tarda primavera dello stesso anno, ma probabilmente anche da un anno prima, mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia e m'era diventata pesante nello scrivere la "tirannia dell'io" ; lo avevo già avvertito nel risvolto delle Cronache, scritto da me anche se anonimo, dove dichiaravo quella poesia "gravata dalla troppa, ineluttabile carità di sé e conseguente bagaglio". Quindi per lottare contro "l'ineluttabile" avevo deciso di comporre un poemetto narrativo, con la sua brava terza persona, che si occupasse di vicende contemporanee che non mi riguardassero troppo direttamente.

Teorizzai poi tutta la faccenda nel saggetto Ragione e funzione dei generi, uscito nel numero 9 di "Ragionamenti", nella primavera del 1957.

La premessa era quella della necessità dell'ampliamento del linguaggio poetico, anzi direi più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica; quindi lotta frontale al pregiudizio della "parola poetica".

Cito dal saggetto: "Solo che arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può voler dire anche arrecare turbamento e confusione. Nessun vocabolo ha illimitate capacità di adattamento (e quante più ne ha tanto più ne è avvilito); ogni vocabolo ha i suoi precisi problemi di sintassi, si muove in una sua area sintattica. [...] I problemi di sintassi investono per definizione tutto il periodo, imprimendo una diversa tensione durata ritmo al discorso. Ma questa designazione di tonalità [...] appartiene ai generi. La reinvenzione dei generi letterari cui ora si assiste non è dunque che la necessaria conseguenza dell'ampliamento del linguaggio poetico". (Poi, aggiungevo, bisognerà tener conto dell'apporto dovuto al genere in quanto tale che, se usato con consapevolezza, significherà "reinvenzione non mera riadozione dei generi".)

Terminavo chiedendomi: "il genere deriva dall'arricchimento del vocabolario, ma la volontà-necessità dell'arricchimento sociologicamente che significa: libertà, anarchia, coralità, partecipazione più ampia o premere di nuove classi?". E concludevo: "forse è prematuro rispondere ora, forse no; in ogni caso nel confronto della produzione poetica fra le due guerre e l'attuale, appare chiaro come oggi i poeti tendano a trasferire nel linguaggio poetico le contraddizioni presenti nel linguaggio di classe, mentre la poesia pre-1945 sembrava ignorarle. Strumento di questa operazione è il genre "poemetto", il Kind poesia didascalica e narrativa - come ilgenre "capitolo" è stato, a suo tempo, lo strumento dell'operazione inversa, cioè di depauperamento e rarefazione della prosa stessa".

La vicenda del poemetto, cioè la moderna educazione sentimentale, cioè come si impara o non si impara a crescere, ce l'avevo già tutta o quasi: avevo scritto nel '47-'48, cioè proprio nel tempo del racconto della Ragazza Carla, quando ero impiegato come traduttore dall'inglese e dattilografo in una Società milanese di import-export, una cartella e mezzo per un'eventuale soggetto cinematografico da proporre, possibilmente, alla coppia De Sica-Zavattini. Un'idea velleitaria di un ventenne.

Il soggetto non venne recapitato a nessuno e me lo ritrovai per caso in una qualche cartella, alcuni anni dopo, quando già pensavo alla necessità di ridurre nei miei componimenti l'invadenza del mio io.

E così, quando parve che decidessimo di pubblicare il poemetto con Gianni Bosio per le Edizioni del Gallo, alla fine degli anni Cinquanta, m'ero ripromesso di scrivere una prefazione inserendovi il vecchio schema del soggetto cinematografico, dicendo che la vicenda avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo breve o racconto, in un film o in un poemetto; e avrei voluto dilungarmi sui diversi pedali da manovrare nei tre diversi casi; nel caso del poemetto io ho usato soprattutto il pedale del ritmo, tant'è che spesso mi è capitato di dire che l'intento e la conseguente materia della Ragazza Carla consistono nel ritmo di una città mitteleuropea nell'immediato dopoguerra.

Il poemetto lo terminai il giorno di Ferragosto del 1957. Potrei dire di averlo scritto en plein air perchè man mano che lo scrivevo me lo recitavo ad alta voce, misurando il verso "secondo l'orecchio", e più ancora perché ne leggevo via via dei brani ad alcuni amici, sempre ad alta voce, anche per strada o meglio nei parchi, più spesso in trattoria, anche in vere e proprie osterie, ne ricordo una in viale Umbria, vicino al Leonida, che non ci dev'essere più da molto tempo, e ricordo particolarmente quella dietro la Rinascente di piazza Duomo, vicino alla Hoepli, detta mi pare il Bottegone, dove c'era l'abitudine di suonare e/o cantare dopo i pasti e forse fui io ad aggiungervi quella di recitare versi.

Ma il ritrovo dove ci si vedeva più spesso era la trattoria di Poldo, in via Borgospesso, dove costituivamo un gruppetto abbastanza fisso e piuttosto affiatato: c'era e c'è il mio Virgilio, Luciano Amodio, guida assatanata e indistruttibile, non solo di me medesimo (per lui conobbi i Solmi, Vittorini, Fortini, Basso, Chiara Robertazzi, le tre sorelle Bortolotti, Giancarlo Majorino, Michele Ranchetti, Ettore Capriolo, Sergio Caprioglio ce se n'è andato appena un mese fa, Antonino Tullier fra Dada e surrealismo, scomparso già da molto tempo) ma di tutta la giovanissima intellighenzia milanese in quegli anni, almeno così a me pareva allora e ne sono convinto ancora, e c'era Elvio Fachinelli, che non c'è più da troppo tempo, Gianni Bosio, passione e sensibilità tutt'altro che ostentate ma sicuramente smisurate, anche lui ci manca da troppo tempo, e meno male che posso ricordare anche altri ben vivi, come Livio Zanetti, Giampiero Dell'Acqua, Tonino Pitta.

Concluso il poemetto avevo il problema di pubblicarlo, e pubblicarlo in luoghi culturalmente significativi, ma il fatto è che mentre non avevo nessun pudore o timore di leggere ad alta voce il testo agli amici personali, o ad invitati degli amici, o anche a sconosciuti che si trovassero in zona, non sopportavo l'idea di sottoporre il poemetto a giudizi ufficiali o ufficiosi; decisi che avrei accettato di sottopormi solo al giudizio di Pasolini e soltanto a lui inviai il dattiloscritto (anzi, mi pare che glielo portai a Roma di persona): Pasolini lo conobbi personalmente la prima volta nella primavera del '58 in casa di Roversi, e c'era anche Leonetti, cioè tutto lo staff di "Officina", dove mi avevano invitato a discutere con loro della rivista in una specie di redazione aperta.

A Pasolini il poemetto interessò e piacque, come mi scrisse; in un altro incontro mi disse che l'avrebbe pubbicato nella seconda serie di "Officina" che stava rinascendo in quel periodo con l'editore Bompiani; poi com'è noto Bompiani decise di non proseguire con "Officina", probabilmente a causa delle reazioni suscitate dall'epigramma di Pasolini contro il Sommo Pontefice Pio XII.

Intanto passava il tempo e io rimanevo, ma senza angoscia, abbastanza tranquillamente, con il mio dattiloscritto inedito nel suo insieme; ne pubblicai però due brani, uno piuttosto ampio sul numero 14, aprile-giugno '59, di "Nuova Corrente" col titolo La Ragazza Carlanella fascetta di sovracopertina e Progetti per la Ragazza Carla nel testo, comprendente due brani assai significativi, mi pare: I (9) e III (5) che sono appunto nella stesura definitiva, e corrispondono anche nelle collocazioni a quanto pubblicato sul "Menabò 2" di Einaudi, e nelle successive edizioni Mondadori. Sul "Verri" di Anceschi apparve un altro brano, quello tutto maiuscoletto che comincia "FONDAMENTO DEL DIRITTO DELLE GENTI..." (mi sono dilungato su questi particolari, anche futili, perché in qualche sede, anche di notevole prestigio, si è creduto opportuno far notare che il mio poemetto di Milano risulterebbe posteriore a un altro poemetto su Milano pubblicato nel '59. Ma, in ogni caso, e basi dei miei interessi e del mio linguaggio, le avevo già definite abbastanza compiutamente in Cronache e altre poesie pubblicate da Schwarz nel giugno del '54).

Poi, per grande fortuna, nell'autunno del '59 Vittorini mandò Crovi a chiedermi di fargli avere il testo del poemetto (ormai sapevamo in parecchi che andavo leggendolo in giro) per il "Menabò"; Crovi glielo presentò accompagnato da una sua relazione favorevole, Vittorini lo lesse e poi decise con entusiasmo di pubblicarlo subito sul secondo numero del "Menabò", febbraio del '60. "Con entusiasmo" lo dico forse arbitrariamente, ma penso appunto all'immediatezza della pubblicazione, ed è un fatto che da allora Vittorini mi dimostrò sempre molta amicizia e interesse specifico per il mio lavoro, mi rimproverò più di una volta la mia pigrizia nel "darmi da fare", mi fece vincere nel '61 o nel '62 la Borsa Cino del Duca, di un milione di lire per progetti di lavoro, lavori in corso di opere anche appena iniziate: e io vi partecipai col progetto della Ballata di Rudi.

Ecco: mi ero dimenticato che anche la Ballata di Rudi posso in un certo senso collegarla a Vittorini. L'ho scritta tutta a Roma, nel periodo dalla primavera del '61 all'inverno '94-'95. Nel corso di questo intervallo di oltre trent'anni ne ho pubblicati diversi brani: un ampio brano uscì nel numero 18 (il penultimo) di "Quindici", nel luglio '69; ne ricordo altri su "Nuova Corrente" nel numero 51 del '70 e nel numero 7 di "Periodo ipotetico", ancora a luglio ma del '73, il quale ultimo contiene già per intero col titolo Doppio trittico di Nandi tutte le sue parti (a, b, c e a1, b1, c1) che furono poi ristampate in integrali e con altre varianti ritmiche nel volumetto della Cooperativa Scrittori intitolato Rosso Corpo Lingua Oro Pope-Papa Scienza nel gennaio '77; la più ampia raccolta di brani del poemetto, prima dell'edizione completa di Marsilio nel maggio '95, apparve nella raccolta intitolata Poesie da recita, a cura e con intensa, acuta prefazione di Alessandra Briganti, Bulzoni editore, 1985.

Mi pare che non ci sia altro da dire; ma voglio segnalare una brve recensione di Stefano Crespi apparsa sul "Sole 24 ore" del 25 giugno '95 perché in essa facendo un confronto tra questi miei due poemetti (o racconti-romanzi in versi) si anticipa per così dire la prima recensione a questa prima edizione Mondadori che mette insieme i due testi; le recensione lascia trasparire una preferenza sentimentale, vorrei dire, per La Ragazza Carla con "la figura della contraddizione tra tenerezza e ironia", mentre nella Ballata di Rudi "la tenerezza ironica si muta nel grottesco, nel non senso. Alla periferia della Ragazza Carla si sostituisce la periferia del dopo-storia, la perdita dei nomi, dei volti...".

Perciò, conclude Crespi, tutto sommato La Ballata di Rudi "ha un sapore difficile, un pò agro, ma rivela un'acuta sintomaticità dell'oggi, una moralità, l'estrema consequenzialità di questo autore (perfino nello stesso riscontro della sua figura umana, tra il distacco e un'amara concentrazione). Nella radicalità di un'espressione poetica, senza illusioni, ne esce una gamma di personaggi tra il disagio, e il divertimento, la follia, la terrificante ovvietà come di una spiaggia dove non ci sono colori' ".

E certo, al tempo della Ragazza Carla non solo l'autore coltivava "svariate idee d'amore e di ingiustizia", ma anche tutto il nostro Paese: non così certamente negli anni della conclusione della Ballata, e anche prima, anche molto prima.

maggio 1997